Fragilità. Un canestro sottile, elegantemente intrecciato e dipinto con un discreto tono dorato; all’interno bicchieri preziosi di sottilissimo e fragile cristallo, alcuni sapientemente lavorati, altri con ricami di oro zecchino. Sul cristallo rimbalza e gioca la luce, sui calici delicatissimi si riflette una lunga finestra. Lo sfondo è scuro, non buio, solo una morbida penombra, nessun brusco passaggio luce ombra, non sono i contrasti forti del caravaggismo: l’atmosfera è quieta, tutta giocata su tinte che trascolorano l’una nell’altra, bruno, ocra, polvere dorata, riflessi e trasparenze. Era specializzato nel dipingere vetro, bicchieri e cristalli Sebastian Stoskopff (Strasburgo 1597, Idstein 1657) pittore alsaziano, nato a Strasburgo: un soggiorno di quasi vent’anni a Parigi, forse un breve viaggio a Venezia e poi il ritorno nella città natale. Eccellente pittore di ‘oggetti inanimati’ – così lo scrittore d’arte Joachim von Sandrart nel 1675 definiva quella che oggi noi chiamiamo ‘natura morta’ e che con termine molto più piacevole ed azzeccato l’Europa del nord definisce ‘vita silente’.
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| Bicchieri nel canestro - 1644. Sebastian Stoskopff. Musée de l'Œuvre Notre-Dame Strasburgo |
La visione è frontale, il piano su cui appoggia la cesta è perfettamente orizzontale, ma siamo a metà Seicento in epoca barocca e il tavolo prosegue oltre i limiti del dipinto invitando chi guarda cioè noi a sentirsi parte della scena, tirandoci dentro questa stanza silenziosa di una ricca casa borghese. Quasi in bilico sul bordo del tavolo alla nostra destra un oggetto di bronzo dorato che culmina con un Amorino, forse il coperchio di una coppa finemente lavorato: il pittore si esercita a dimostrare la sua abilità nel riprodurre riflessi e materiali diversi, metallo, legno, cristallo.
Alla
metà del Seicento il genere della natura morta si è ormai affermato, sebbene
ritenuto l’ultimo, il meno importante nella gerarchia dei generi pittorici:
dopo la pittura di storia, il ritratto, la rappresentazione di paesaggi, si
collocano i dipinti di oggetti inanimati e fiori. Naturalmente gli artisti
avevano sempre dipinto nelle loro opere paesaggi e ‘oggetti inanimati’: vasi di
fiori, libri accuratamente disposti sui ripiani degli studioli di Evangelisti e
Santi o casualmente retti tra le mani di nobili ritratti, oggetti di cucina, stoviglie,
pane e calici nell’Ultima Cena. Si trattava però di dettagli descrittivi –
spesso bellissimi ed evocativi – a contorno di un fatto narrativo, un episodio
di storia sacra ad esempio o splendidi accessori di un ritratto.
L’idea
e la possibilità di dipingere ‘oggetti inanimati’ totalmente slegati da un
contesto narrativo si affaccia alla metà del Cinquecento, inizialmente in
Olanda e nelle Fiandre, i cui artisti da sempre si sono impegnati in una
rappresentazione lenticolare della realtà, in una minuziosa resa di dettagli e
particolari, guardando con occhio attento alla luce, alle sue variazioni, ai
riflessi. Contribuiscono alla diffusione della pittura di ‘oggetti inanimati’
la Riforma Protestante che priva gli artisti delle commissioni di arte sacra e
li spinge a dedicarsi ad altro e il gusto della ricca borghesia mercantile
olandese che ama abbellire le proprie case con ‘wunderkammer’ dipinte,
collezioni di oggetti, vasi di fiori variopinti che animano le pareti delle
case anche nei lunghi inverni del Nord, cibi e dolci in bella mostra. Dipinti
che sono meno ‘facili’ di quello che appare ai nostri occhi - ormai poco
allenati a leggere allegorie e significati nascosti - spesso celano un
significato moraleggiante. E’ forse una delle attività più complesse: quando si
guarda un’opera d’arte riuscire e vederla con gli occhi di chi la dipinse, di
chi per primo la espose nella propria casa e magari ne faceva l’oggetto di
commento e dotta conversazione con gli amici. Quasi impossibile per noi
ricostruire quei percorsi mentali, le sottigliezze di un ragionamento che ormai
forse ci sfugge quasi totalmente. Possiamo immaginare che opere così
sofisticate non nascessero solo dalla volontà di mostrare la propria abilità
tecnica – nel caso del pittore – o il proprio gusto elegante – nel caso di chi
la acquistava e poteva ammirarle ogni giorno. Sicuramente c’era qualcos’altro
almeno quando l’artista è di tale grandezza.
E
infatti. Il bicchiere infranto in primo piano, l’oggetto in bilico sul bordo
del tavolo, basta un attimo per alterare un equilibrio precario, perché uno dei
sottili calici scivoli dal canestro nel quale è stato riposto – con un gioco di
incastri talmente complicato da farci temere una rottura pressoché inevitabile
– e si rompa sotto i nostri occhi. Quasi ci sembra di avvertire il crepitio con
il quale il sottile cristallo si è appena spezzato; la sinestesia è un altro
dei temi ricorrenti nell’arte cosiddetta barocca, la possibilità di coinvolgere
più sensi, non solo la vista.
