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Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il Pergolato) , 1868, Milano - Pinacoteca di Brera |
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Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il Pergolato) - dettaglio cameriera, 1868, Milano - Pinacoteca di Brera |
Amo profondamente la pittura ed ogni forma di arte.
Il mio blog è per coloro che sanno scoprire cose nuove anche a pochi km di casa, sono curiosi della vita e credono che la felicità si possa conquistare amando le piccole cose.
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Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il Pergolato) , 1868, Milano - Pinacoteca di Brera |
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Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il Pergolato) - dettaglio cameriera, 1868, Milano - Pinacoteca di Brera |
E’ arrivata la Primavera, ci vorrebbe un po’ di leggerezza ma non è affatto il momento giusto.
Tanti sono gli artisti che hanno celebrato l’arrivo di questa stagione con immagini sontuose di prati fioriti, ragazze a passeggio con delicati ombrellini parasole, feste pagane di dei circondati da ghirlande di fiori e amorini dispettosi. Una per tutte: la straordinaria Flora di Sandro Botticelli, biondissima, con un sorriso dolce ed un elegante abito di tulle cosparso di fiori che hanno i colori dei confetti. Entra nel mondo con passo lieve e lo inonda di fiori e petali leggeri.
Questa primavera 2022 però non invita a pensieri lievi, ho preferito l’immagine di questa ragazza di quasi 2000 anni fa.
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Flora da Stabiae, prima metà I secolo d.C. - Napoli - Museo Archeologico Nazionale inv. 8834 |
Sebbene ci appaia modernissima con i capelli annodati in uno chignon improvvisato, come se li avesse appuntati di fretta, si tratta di un affresco che proviene da una villa romana di Stabia, la città che con Pompei e Ercolano fu distrutta dalla eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. Sullo sfondo di un luminoso color verde la vediamo di spalle, con il viso appena rivolto di profilo, intenta a cogliere i fiori con un gesto elegante, da ragazza copertina. Fiori che poi sistema in una sorta di cesto di vimini intrecciato (che i greci chiamavano kalathos) che tiene appoggiato con disinvoltura sul braccio. Non c’è alcun riferimento spaziale, eppure lei non fluttua nel vuoto, vediamo che poggia solida con un piede su un’immaginaria linea di posa, mentre con l’altro, piegato, accenna un passo e procede con leggerezza all’interno di un giardino che pensiamo infinitamente grande. Indossa un chitone giallo e una spallina le scivola mollemente sul braccio, sopra il chitone una tunica leggera, quasi un velo nei toni dell’azzurro e del bianco che si scompiglia leggero seguendo il ritmo del suo passo. Ha un bracciale importante, un’armilla e un piccolo diadema dorato forse guarnito di fiori intrecciato tra i capelli.
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Flora da Stabiae, prima metà I secolo d.C. - Napoli - Museo Archeologico Nazionale inv. 8834 - particolare |
Straordinaria la tecnica di questo artista sconosciuto che ha realizzato con pochi colori un’immagine così elegante, quasi diafana, indimenticabile: il giallo oro del chitone, la trasparenza del velo, i delicati petali dei fiori – appena accennati con tocchi di pennello, eppure sembra di avvertirne la freschezza e il profumo – i riccioli scomposti dello chignon sono solo alcuni dei molti dettagli incantevoli di questa immagine.
L’affresco, che oggi si trova al
Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fu rinvenuto nel 1759 in un cubicolo,
un piccolo ambiente, della cosiddetta Villa di Arianna a Stabia. E’ datato
intorno alla prima metà del I secolo d.C. nel periodo del ‘terzo stile
pompeiano’, nel quale gli effetti prospettici e le architetture dipinte che avevano
caratterizzato lo stile precedente lasciano spazio ad ampie campiture di colore
luminoso, prive di effetti illusionistici nelle quali trovano spazio paesaggi,
storie del mito o figure eleganti come questa. E’ nota con il nome di ‘Primavera’
o ‘Flora’, ma di fatto non sappiamo di preciso chi rappresenti, non ha
attributi iconografici chiari, niente che ne consenta un’identificazione esatta:
immagine idealizzata della Primavera, Flora oppure una Kore o ancora una delle Ore che attraversa lieve questo immenso prato, inesorabile come il trascorrere del tempo; comunque una dea simbolo
di eleganza e femminilità. Perfetta per segnare l’inizio di questa stagione, tanto
più adesso: perché ci volge le spalle, come se si rifiutasse di guardare il
mondo. E non si può che darle ragione.
Non c’è in tutta la storia della
pittura occidentale un’immagine che più di questa evochi la forza di un Uomo,
di un Re, di un Pensiero. Un Vincitore. Nessun ‘potente della terra’ è mai
stato protagonista di un dipinto che come questo attragga magneticamente. Il
Gesù Risorto di Piero della Francesca (Borgo San Sepolcro 1420 ca. – 1492) non ha
bisogno di scettri, di mantelli trapunti di oro né di corazze lucenti per
convincere chi guarda del fatto che si tratta di un Vincitore. Il suo corpo
scolpito di muscoli elegante come quello di un atleta classico è appena offeso
dalle ferite della Crocifissione, ricoperto da una tunica rosa pallido che la
sua mano sinistra trattiene con energia formando una cascata di pieghe dense di
colore. La mano destra sorregge un vessillo semplicissimo, una croce rossa in
campo bianco, sulla sua testa poggia una sottile aureola dorata ma non è certo
questa che crea l’aurea di regale potenza di Gesù. E’ la sua presenza fisica e
trascendente al tempo stesso, la forza vitale con la quale il piede sinistro
appoggia sul sarcofago, saldissimo, facendoci sentire la presenza qui e ora di
Cristo mentre il suo sguardo ci oltrepassa e va in un oltre che non possiamo
immaginare. Uno sguardo intenso, concentrato, fermo, severo e rassicurante al
tempo stesso, quello di un Dio che può proteggerci da tutto, di un filosofo di
infinita saggezza. Ai suoi piedi, addormentati davanti al sarcofago, quattro
soldati ricoperti di pesanti armature sembrano niente a confronto dell’Uomo
bellissimo e grande che li sovrasta. Quattro figurine prive di forza nonostante
le armi e le corazze.
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Piero della Francesca , La Resurrezione, 1467 (?), Sansepolcro - Museo Civico |
Alle spalle di Gesù si distende quello che si intuisce essere un magnifico paesaggio collineare – purtroppo in condizioni non ottimali, nonostante il restauro del 2018 – il cielo terso illuminato dalla luce quasi argentea del primo mattino, il digradare dolce delle colline punteggiate di verdi cespugli, la torre svettante di un piccolo borgo. Alla destra di Cristo gli alberi sono ancora spogli e scheletriti dall’inverno, alla sua sinistra la natura è rinata. E’ la valle del Tevere, lungo la quale sorge Borgo San Sepolcro (oggi semplicemente Sansepolcro) paese natale di Piero della Francesca al confine tra Umbria e Toscana. La leggenda vuole che la sua fondazione sia legata al culto delle reliquie del Santo Sepolcro riportate dalla Terra Santa da due pellegrini, Egidio e Arcano. E infatti questo straordinario affresco non è stato dipinto per essere collocato in un luogo sacro ma per un edificio di uso civile a celebrazione del Borgo San Sepolcro che aveva in Gesù risorto il suo invincibile protettore.
La costruzione del dipinto, come sempre in Piero, è raffinatissima. I colori sono intrisi di luce, poche tinte alternate tra loro con un ritmo quasi matematico – le armature dei soldati sono combinazioni diverse di verde viola marrone e rosso – la composizione è una piramide che ha Gesù al vertice e alla base i soldati, ognuno dei quali ha una diversa collocazione nello spazio e contribuisce a definirne la profondità. I soldati sprofondati nel sonno sono disposti su due piani diversi, le loro figure si aprono a ventaglio lasciando intuire a chi guarda la fisicità dello spazio che occupano.
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Piero della Francesca , La Resurrezione, 1467 (?), Sansepolcro - Museo Civico - particolare dei soldati |
Piero della Francesca non fu solo pittore ma anche grande matematico e studioso di geometria (ci ha lasciato due trattati sulla teoria della prospettiva De Prospectiva Pingendi e il Libellus de quinque corporibus regolaribus) e gli studi matematici restano a fondamento di tutta la sua arte pittorica. Parlare di ‘astrazione’ per la pittura di Piero mi sembra fortemente anacronistico anche se la sua essenzialità piacque molto agli astrattisti del primo Novecento. C’è piuttosto in Piero un amore per la semplificazione delle forme, per la ricerca della geometria nella natura: è la sua inclinazione da matematico che lo porta a tracciare forme pure, tutto nella sua pittura è monumentale e sembra come sospeso nel tempo e per questo immobile ed eterno.
E’ uno dei pittori più
affascinanti – e complessi – del Rinascimento italiano e forse di tutta la
storia della pittura, paragonabile per certi aspetti a Vermeer, ugualmente
essenziale, monumentale anche nei quadri di dimensioni piccolissime, eterno.
Poche sono le notizie certe sulla
sua vita, scarsissimi anche i dati sulla sua formazione anche se tutti gli
studiosi concordano su un periodo di apprendistato con Domenico Veneziano.
Da ultimo: auguri di cuore per una Buona Pasqua, nonostante i mesi difficili che stiamo vivendo.