Amo profondamente la pittura ed ogni forma di arte.

Il mio blog è per coloro che sanno scoprire cose nuove anche a pochi km di casa, sono curiosi della vita e credono che la felicità si possa conquistare amando le piccole cose.

domenica 5 aprile 2020

Nell'anno di Raffaello - Raffaello SANZIO - La Madonna Sistina - Gemäldegalerie Dresda


Un pesante tendaggio verde si apre e un soffio di vento spinge avanti la Madonna con il Bimbo in braccio. Lei appoggia i piedi nudi su un tappeto di soffici nuvole, il Bimbo Gesù intimidito ha i capelli scompigliati dal vento leggero – che muove anche il manto e l’abito di Maria- e un po’ impacciato si stringe una gamba con la manina. Ci guardano fissi negli occhi, la tenda non è ancora completamente aperta, tra un momento forse si aprirà del tutto e la Madonna farà un altro lieve passo verso di noi. O forse no. Si fermerà continuando a guardarci, rendendo impossibile per noi distogliere lo sguardo da questa incredibile apparizione. Maria è molto giovane, ha grandi occhi bruni e il viso regolare e bellissimo di tutte le donne di Raffaello (Raffaello Sanzio, Urbino 1483 - Roma 1520)  divine e non; misteriosa e leggiadra ha la testa circondata da un’aureola quasi invisibile. Ha una spiritualità intensa nei suoi occhi tristi che non trovo in altri dipinti di Raffaello, nessun’altra delle sue Madonne è come questa un’immagine della Divinità. Molte sono bellissime, materne, questa è diversa. Viva e spirituale al tempo stesso. Anche il Bimbo Gesù ha un’espressione nuova, è timido e sgomento, ci fissa con i suoi occhi grandi e spauriti, è paffuto, come i due angioletti appoggiati sulla balaustra, ma ha una natura diversa da loro che assomigliano molto più a bimbi veri di questo piccolo Gesù così divino.
Raffaello Sanzio, Madonna Sisitina - 1512 - 1513 ca. Gemäldegalerie, Dresda (olio su tela) 

Ai lati della Madonna due Santi: Sisto e Barbara. Sisto che ha forse le fattezze del papa Giulio II della Rovere – il committente di quest’opera- ha tolto la tiara in segno di rispetto per Maria e l’ha appoggiata sulla balaustra, una sorta di parapetto che separa il nostro spazio terreno e concreto da questa straordinaria apparizione.
Sisto ha lo sguardo rivolto alla Madonna e con un gesto della mano indica fuori dal quadro, verso di noi, forse sta invitando Maria a guardare proprio noi. Dall’altra parte Santa Barbara avvolta in un sontuoso abito dai colori raffinatissimi: arancio verde azzurro grigio, ha una acconciatura elegante, è inginocchiata con grazia ed ha lo sguardo rivolto verso il basso – ma dove? Verso i due angioletti o ancora fuori del quadro verso qualcosa che era al di sotto di questa incantevole pala d’altare?
Raffaello Sanzio, Santa Barbara - particolare da Madonna Sisitina - 1512 - 1513 ca. Gemäldegalerie, Dresda (olio su tela) 



E poi ci sono i due angioletti, talmente celebri e riprodotti ovunque – su scatole di cioccolatini, ombrelli, quaderni, tappetini per il mouse… - da essere diventati, ahimè, un’immagine a se stante, completamente slegata dal contesto al quale appartengono e che molti non riconducono più nemmeno a Raffaello e ad un dipinto che ha più di 500 anni. Sono affacciati con aria disinvolta al parapetto al fondo della tela, l’uno a braccia conserte, l’altro si appoggia curioso su un gomito, entrambi hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, i capelli spettinati e me li immagino in punta dei piedi che tentano di arrivare alla balaustra per vedere cosa sta succedendo là in alto; quasi che qualcuno avesse chiesto loro di affacciarsi da quel parapetto e restare fermi lì fin tanto che la tenda verde resta aperta per noi. E loro aspettano, un po’ curiosi un po’ annoiati, molto più ‘bambini veri’ che angeli.     

Raffaello Sanzio,  Due Angeli - particolare da Madonna Sisitina - 1512 - 1513 ca. Gemäldegalerie, Dresda (olio su tela)

E dunque cosa rappresenta questa tela?
Descritta così sembrerebbe una classica ‘sacra conversazione’. La Madonna con il Bambino accompagnata da Santi in contemplazione della coppia Divina. Di ‘classico’, però c’è davvero poco. Raffaello il più classico dei pittori ha dato vita ad un’immagine straordinariamente innovativa. Non c’è da stupirsi: Raffaello è uno dei vertici di un mondo estremamente colto, raffinato; a Roma, alla corte papale di Giulio II, intreccia relazioni ad altissimo livello con i poeti i letterati e i filosofi di cui il Papa, guerriero certo, ma anche amante della cultura e del bello, amava circondarsi. 
E’ una ‘sacra conversazione’ che esclude – o quasi – ogni elemento terreno: non è ambientata all’interno di una chiesa – come la Pala Montefeltro di Piero della Francesca ad esempio – né in un giardino fiorito, non ci sono elementi architettonici che consentano di collocare questa ‘visione’ in un qualche posto di questa Terra. Perché anche la torre che si intravede dietro Santa Barbara non ha niente di terreno, non è un’architettura ma solo l’attributo della Santa, esattamente come le chiavi lo sarebbero di Pietro. Raffaello che in anni recentissimi aveva inventato le architetture bramantesche e perfettamente misurabili delle stanze vaticane qui affida la sua Madonna con Bambino interamente al cielo, ad uno spazio indefinito e totalmente spirituale, che resta però chiaramente percepibile, profondo, misurabile e concreto anche in assenza di punti di riferimento ‘terrestri’. Un cielo punteggiato da decine di angeli quasi invisibili, tutto si svolge in una dimensione celeste e ultraterrena; se fosse stata dipinta 200 anni prima le figure avrebbero trovato spazio su un sontuoso fondo dorato. L’effetto, solenne e spirituale è lo stesso.

Ma due sottili punti di contatto con il nostro mondo ci sono. Il tendaggio verde che si apre per mostrare la Madonna è pesante, ha una sua gravità terrestre tanto da incurvare l’asta che lo sostiene che cede un po' sotto il suo peso – alla quale è appeso con anelli di ferro che sono uno degli incantevoli dettagli di questo dipinto. E poi c’è la balaustra di legno alla quale si appoggiano i due angioletti e sulla quale è posata anche la tiara di Papa Sisto, sormontata dalla ghianda dei della Rovere. Quegli angioletti che, anche se non ci guardano, sono affacciati verso di noi, in qualche modo ci tirano dentro la scena, sono un ponte – è stato osservato – tra il nostro mondo della Terra e il mondo Divino di Maria e Gesù. Perché al di là della balaustra ci siamo noi ad ammirare in silenzio questa visione e Papa Sisto sembra indicare noi alla Madonna e al Bambino che ci guardano, così da farci sentire coinvolti e partecipi di questa apparizione non semplici spettatori di una ‘visione’.
E’ il gioco sottile degli sguardi che rende indimenticabile questo dipinto, lasciandolo per noi un enigma: la tenda che si apre permette a noi una visione del mondo celeste o consente a Maria e al Bambino di vedere noi e infondere al nostro mondo coraggio e speranza?
Raffaello Sanzio, Madonna con Bambino - particolare da Madonna Sisitina - 1512 - 1513 ca. Gemäldegalerie, Dresda (olio su tela)

E’ un quadro – tra l’altro dipinto su tela non su tavola – che ha una storia intricata e resta appunto difficile da comprendere fino in fondo. Dipinto da Raffaello a Roma nel 1512 su committenza del papa Giulio II della Rovere fu da questi donato alla chiesa di San Sisto a Piacenza dove rimase quasi sconosciuto – o comunque assai meno noto delle celeberrime opere del maestro di Urbino – fino al 1754 anno in cui i monaci benedettini lo vendettero ad Augusto III di Sassonia che lo portò a Dresda dove adesso si trova. E’ in Germania che l’opera conosce la prima grande fortuna critica e moltissimi sono i filosofi, gli storici, gli intellettuali dell’area tedesca e russa – Winckelmann, Goethe, Hegel e Dostoevskij per citarne solo alcuni – che si sono appassionati e commossi di fronte a questo dipinto.
E sulla difficoltà di comprendere fino in fondo il senso di questa ‘visione’ Martin Heidegger ricordava a tutti che “La [Madonna] Sistina dovrebbe stare in una particolare chiesa di Piacenza non in senso storico-antiquario ma secondo la sua essenza di immagine. In conformità a questa, l’immagine sempre esigerà di essere in quel luogo”.  Ovvero: sradicare le opere dal contesto per cui erano nate ci ha fatto perdere molti punti di riferimento per intenderle correttamente.
Data la situazione attuale, poter visitare la mostra organizzata dalle Scuderie del Quirinale per i 500 anni della morte dell’artista – dove peraltro questo dipinto inamovibile non è presente – resterà forse un sogno, per me come per molti altri.


Il sito ufficiale della mostra 1520 - 1483 Raffaello alle Scuderie del Quirinale - Roma
Tutti i programmi RAI dedicati al centenario di Raffaello 5 e 6 aprile 

domenica 10 novembre 2019

Sandro BOTTICELLI - Le figlie di Jetro - Cappella Sistina - Roma Città del Vaticano


Che "La Recherche" di Marcel Proust sia un intero mondo di immagini e suggestioni è perfino banale scriverlo. Tutti conoscono l’ “effetto madeleine” , ormai entrato nell’immaginario collettivo anche grazie al fatto che parlare di cibo in tutte le sue possibili declinazioni piace e va di moda. Assaggiare quel piccolo dolcetto con una tazza di té trasporta Proust in un mondo di ricordi che erano nascosti in un angolo della sua coscienza. Così come è assai nota, sempre dalla Recherche, la citazione della ‘piccola ala di muro giallo […] simile ad una preziosa opera d’arte cinese’ a proposito della straordinaria Veduta di Delft di Vermeer.
Forse meno conosciuto è il passo in cui Proust ricorda il particolare di un affresco dipinto da Sandro Botticelli (Alessandro Filipepi detto Botticelli, Firenze 1445 ca. – Firenze 1510) nella Cappella Sistina. Odette ricorda a Swann una delle due figlie di Jetro, Sefora futura moglie di Mosé: “Lo ricevette in una veste da camera di crespo cinese color viola, trattenendosi sul petto, come un mantello, una stoffa dai ricchi ricami. In piedi accanto a lui, lasciando fluire lungo le gote i capelli che aveva disciolti, piegando una gamba in un'attitudine leggermente danzante […] con i suoi grandi occhi così stanchi e imbronciati […] ella colpì Swann per la sua rassomiglianza con quella figura di Sefora, la figlia di Jetro, che si vede in un affresco della Cappella Sistina”.

Sandro Botticelli , Le Figlie di Jetro particolare da Le prove di Mosè - 1481 , 1482 Cappella Sistina, Roma Città del Vaticano (affresco) 

Con poche parole Proust ha colto l’essenza dell’arte di Botticelli, a volte gli scrittori e i poeti riescono a farlo meglio di chi studia arte da sempre. Grazia nelle pose e nei lineamenti, abiti di velo leggero, attenzione ai giochi calligrafici riprodotti sulle stoffe, occhi grandi spesso velati di malinconia.
Botticelli è un pittore complesso: inizia a dipingere nel circolo di umanisti neoplatonici che circondano la famiglia Medici – la Primavera non ha ancora trovato un’interpretazione definitiva, tanto sottili ed eruditi sono i richiami alla mitologia e alla filosofia – poi dopo il 1490 il suo stile progressivamente cambia, resta il fascino etereo delle sue figure ma si accentua la tendenza espressionistica, una nuova tensione spirituale percorre i suoi dipinti. La critica spiega questo mutamento con l’influenza che la predicazione di Savonarola ebbe sull’indole meditativa di Botticelli. Non sapremo mai se il pittore divenne un seguace del frate, ma certo avvertì profondamente il suo rigore riformatore.


Sandro Botticelli , Le Figlie di Jetro particolare da Le prove di Mosè - 1481 , 1482 Cappella Sistina, Roma Città del Vaticano (affresco) 

Ho scelto di presentare qui le figlie di Jetro perché questa è una delle mie immagini preferite di tutta la storia della pittura. Le trovo incantevoli. Le due figure sono tratte dall’affresco con le Prove di Mosè dipinto da Botticelli sulle pareti della Cappella Sistina tra il 1481 e il 1482. Migliaia di visitatori ogni anno accedono a questo santuario della pittura, mi chiedo quanti si soffermino su queste due straordinarie figure. Troppo presi da Michelangelo – forse – oppure talmente abbagliati dallo splendore della Cappella che nel desiderio di vedere tutto ci si dimentica di guardare i particolari. E allora penso sia importante metterli in evidenza questi particolari.
Le due sorelle sono di una grazia sublime, Sefora quella che vediamo di fronte ha gli occhi grandi e tristi, il sorriso dolce, i capelli fluenti ornati da bacche vermiglie, un ampio scialle ricamato sopra la veste che sembra fatta di tulle bianco. L’altra la vediamo di spalle, possiamo ammirare la complicata pettinatura con trecce ornate di perle rosse, ha indosso un mantello di pelo di capra e come la sorella si muove con passo leggero. Non la vediamo in viso ma capiamo che è la più volitiva, sembra essersi voltata di colpo ad indicare qualcosa a Sefora e la sorella si ferma pensosa con i suoi grandi occhi grigi che fissano un punto che a noi sfugge. Non è vuota bellezza quella di Botticelli è un’arte sottile di cui a prima vista si coglie solo la bellezza formale ma che merita di essere studiata in profondità perché anche in questo affresco che è ‘solo’ l’illustrazione di un racconto biblico circola un sentimento che va oltre l’apparenza visibile.
Sandro Botticelli , Le prove di Mosè - 1481 , 1482 Cappella Sistina, Roma Città del Vaticano (affresco) 

Se Raffaello è celebrato per il binomio ‘bellezza e armonia’, Botticelli deve essere ricordato per ‘bellezza e grazia’ incomparabili. Le sue figure hanno un fascino distante, sono elegantissime e preziose anche quando vestono pelli di capra. Hanno tutte un’aria pensosa quando non decisamente malinconica. 
La pittura fiorentina del Quattrocento vede il primato del disegno sul colore, è la linea che definisce e struttura le figure e Botticelli è un disegnatore sublime, il colore riempie come smalto spazi già definiti dalla linea di contorno che è agile, aggraziata, altre volte più tesa e nervosa. Azzurro e oro – chissà come luccicava quest’oro alla luce delle candele che illuminavano la Cappella - grigio e bianco e qualche sprazzo di rosso vermiglio sono i colori che Botticelli ha scelto per le figlie di Jetro che sono inserite di fronte ad un piccolo boschetto, ma a Botticelli non interessava il paesaggio, né gli sfondi architettonici in prospettiva, il centro del suo mondo pittorico è la figura umana.


domenica 13 ottobre 2019

Lorenzo LOTTO - Madonna con Bambino tra i Santi Bernardino Giuseppe Giovanni Battista Antonio Abate - Chiesa di San Bernardino in Pignolo Bergamo


Sono decine gli aggettivi con i quali la critica del Novecento ha cercato di dipingere la personalità di Lorenzo Lotto (Venezia 1480 ca - Loreto 1556): uomo schivo, solitario, malinconico, inquieto, visionario, inafferrabile e mai compreso fino in fondo dai suoi contemporanei. Lo dimenticheranno presto infatti e per più di 300 anni Lotto sarà davvero poco conosciuto, fino a quando la monografia di Bernard Berenson nel 1895 lo riporta all’attenzione degli studiosi e degli appassionati di arte.
Il suo essere ‘homo poco avventurato’  - è lui stesso che si definisce così – lo fa facilmente soccombere sotto la personalità titanica del suo ingombrante contemporaneo, Tiziano Vecellio. Tanto che a Venezia di Lotto – che a Venezia era nato intorno al 1480 – si conservano pochissime opere. Poco si sa della sua formazione, si ipotizza un contatto con la bottega di Giovanni Bellini, forse, o con Alvise Vivarini, di certo è tutta veneziana la sua straordinaria abilità nell’uso del colore. Sceglie però di lavorare in provincia, dove i ‘suoi gesti senza retorica, morbidi, confidenziali e domestici’ – le parole sono di Anna Banti - incontrano più facilmente i gusti della committenza. E si fa portavoce di un altro Rinascimento, più intimo e raccolto, lontano dal tono aulico e maestoso di Tiziano e dal classicismo di Raffaello.
Fu appunto un uomo inquieto, impossibile seguire tutti i suoi cambi di abitazione, di città, quel suo andare e venire, Treviso, Bergamo, le Marche, un anno a Roma – che non era per lui, esattamente come non lo era Venezia – poi ancora Venezia e di nuovo altre partenze ed altre case. Non ebbe mai una famiglia sua e finì i suoi giorni, amareggiato e povero a Loreto, dove si era fatto oblato nella Santa Casa.
Lorenzo Lotto , Madonna con Bambino e santi - 1521 Chiesa di San Bernardino in Pignolo, Bergamo (olio su tela) 

Di Lorenzo Lotto, che è stato uno dei più grandi ritrattisti del Cinquecento ho scelto non un ritratto, ma quest’opera che si trova nella chiesa di San Bernardino in Pignolo a Bergamo, una classica Sacra Conversazione, con la Madonna e il Bambino al centro accompagnati da Santi, perché trovo che sia indimenticabile la figura dell’Angelo scrivano. E’ come ci immaginiamo gli Angeli, con la faccia di bambino, i riccioli biondi, un filo sottile d’oro a formare una stellina sulla testa, un corpo che fa ombra e quindi ‘è’ e al tempo stesso ‘non è’, perché l’abito arancio – ora cupo, un tempo squillante – che lo ricopre sembra vestire il nulla. Magica qui la pittura di Lotto che gonfia le pieghe intorno alla cintura e al tempo stesso sembra negare la sostanza di un corpo vero al di sotto di tutta quella stoffa. Una figura leggerissima quasi inconsistente avvolta in un abito vaporoso. Perché questo è un Angelo appunto, c’è e non c’è. Un Angelo che ci guarda anche un po’ spazientito ed è anche così che ci immaginiamo gli Angeli, non certo dotati di pazienza infinita – che è solo dei Santi – ma vagamente dispettosi e pasticcioni. Come quelli che si arrabattano nel cielo per tenere teso quel drappo verde che proprio non ci vuole stare in equilibrio e cade da tutte le parti, la percepiamo benissimo la seta, pesante come il raso, che scivola silenziosa sul gradino di marmo perfettamente liscio.
Lorenzo Lotto , Madonna con Bambino e santi - 1521 Chiesa di San Bernardino in Pignolo, Bergamo (olio su tela) Particolare dell'Angelo Scrivano

E’ una Sacra Conversazione, si, che però ha il ritmo di un racconto e niente di retorico, anzi è ricca di invenzioni sorprendenti. La Madonna è seduta su un trono a gradini, uno dei quali è la scrivania improvvisata dell’Angelo. Ha un viso giovane, uno scialle annodato intorno al collo con un lungo strascico, tenta di richiamare l’attenzione di Gesù Bambino che sembra un po’ distratto e con un piccolo gesto della mano indica il registro delle preghiere squadernato di fronte all’Angelo. Gli angioletti lottano con quel baldacchino che non riesce a stare fermo, l’Angelo ci guarda e sembra interpellare proprio noi, San Giovanni parla con Sant’Antonio Abate che strizza gli occhi per vedere meglio e San Giuseppe appare stanco e pensieroso, con i piedi che si appoggiano l’uno sull’altro. Solo San Bernardino guarda estasiato la Madonna e il piccolo Gesù.
E’ una storia che si svolge sotto i nostri occhi, un piccolo eterno racconto, destinato ad un pubblico ampio e semplice (quello che quotidianamente frequentava la piccola Chiesa di San Bernardino) al quale Lotto sapeva parlare utilizzando un linguaggio facile e una sottile ironia. Il suo messaggio è semplice, ma le sue invenzioni iconografiche hanno un fascino senza tempo e la qualità di quest’opera è altissima. I colori innanzi tutto, vivaci, freddi, quasi trasparenti ed accostati con audaci contrasti: il rosso arancio della veste di Maria, il suo scialle, forse più strati di un velo leggero, che passa dal beige all’azzurro chiarissimo, il rosa del manto del Battista un po’ Tiziano un po’ quello che sarà il rosa di Velazquez, il verde cangiante della seta. E quel bordo di un meraviglioso color prugna che si intravede sotto la tonaca di Sant’Antonio, chi se non Lotto poteva accostarlo con tanta eleganza al nero?

Lorenzo Lotto , Madonna con Bambino e santi - 1521 Chiesa di San Bernardino in Pignolo, Bergamo (olio su tela) Particolare del gradino del trono
E poi ci sono i particolari, ciascuno perfetto, ciascuno una piccola storia: i boccioli di rosa e i petali rimasti sui gradini del trono, la manica scucita e sfilacciata della camicia di San Giuseppe dalla quale si intravede la fodera e la veste bianca al di sotto, la luce del tramonto vagamente rosata dietro la sua testa. E da ultimo lo sguardo interrogativo dell’Angelo che sembra aspettare da noi una parola, una supplica per completare la frase che sta scrivendo. 
Lorenzo Lotto , Madonna con Bambino e santi - 1521 Chiesa di San Bernardino in Pignolo, Bergamo (olio su tela)- Particolare San Giuseppe

Ci siamo anche noi in questa storia, perchè con lo sguardo interrogativo e diretto dell’Angelo Scrivano Lorenzo Lotto ci trasforma da spettatori a personaggi di questo racconto, dando vita ad un modernissimo gioco di inversione, in anticipo su quella che sarà una delle caratteristiche dell'arte del Seicento Barocco.